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Confindustria Arezzo, Grosseto e Siena: notizie ed informazioni, filo diretto dalle territoriali
di Marzio Fatucchi, giornalista “Corriere Fiorentino”
Gli italiani si ricomprano il debito pubblico e poi si riparte. Magari con un’unica Regione Tosco-Umbra. Mentre il taglio del cuneo fiscale e pene severe perché gli enti pubblici rispettino i loro impegni con i privati farebbe ripartire lo sviluppo. Contro la crisi, le idee dei Presidenti delle Associazioni degli industriali di Arezzo, Grosseto, Siena
Per un giorno, pensate di avere tutto il potere decisionale nelle vostre mani per poter prendere scelte che facciano superare la crisi e consentano lo sviluppo delle imprese. Cosa farebbero gli industriali?
Non è una provocazione, quella lanciata ai presidenti di Confindustria di Arezzo, Grosseto e Siena. E neanche un gioco, per alimentare la fantasia, perché le risposte arrivate da Andrea Fabianelli, Mario Salvestroni e Cesare Cecchi sono maledettamente serie.
Dal taglio del cuneo fiscale all’introduzione di un obbligo legale, con pene severe, per la programmazione degli enti locali e pubblici nei confronti dei privati, alla patrimoniale secca e ad un “prestito” obbligatorio da parte di tutti gli italiani per ricomprarsi il debito pubblico. Fino alla creazione di un’unica Regione Tosco-Umbra per abbattere i costi della politica.
“Subito, va fatta una patrimoniale secca, importante, dell’1,5 per cento sui grandi patrimoni. E un’altra, che non è una patrimoniale, ma un prestito, di buoni dello Stato: autocomprarsi il debito con il 5 per cento dei nostri soldi. D’altra parte, anche se a volte ce lo scordiamo, i nostri conti correnti sono già in parte investiti dalle banche in buoni dello Stato” afferma Andrea Fabianelli, presidente di Confindustria Arezzo.
Ma non basta: “Occorre superare l’assurdo che le aziende, quelle in perdita, non possano detrarre dalle imposte gli interessi passivi. E anche la politica deve fare la sua parte: inutile dire ‘aboliamo le Province’ – insiste Fabianelli –. Sennò succede come con il referendum che ha cancellato il Ministero dell’Agricoltura, rinato trasformandolo in quello delle Politiche agricole e forestali. Semplicemente accorpiamo le Province. E accorpiamo anche le Regioni: ha senso che ci sia la Regione Umbria, che ha una popolazione inferiore a molte province? Facciamo una sola Regione, del Centro Italia, magari anche con le Marche, e in Toscana restino solo tre Province”.
Perché le dimensioni contano: “Uno studio che pubblicheremo tra poco ha calcolato il costo medio dei Comuni pro-capite nell’aretino: si va da 700 a 2.100 euro a testa, a seconda della capacità degli amministratori. Ma sono fondamentali le dimensioni dei Comuni, più piccoli sono più costano: quelli sotto i 15 mila abitanti non hanno senso di esistere”. E questa “aggressione” ai costi della politica “ci aiuterebbe a salire su, fino a Roma, ai ministeri: vanno ridotti di numero”.
“La prima cosa che farei – attacca invece Mario Salvestroni, presidente di Confindustria Grosseto – sarebbe un taglio del cuneo fiscale”. Non solo per abbattere i costi del lavoro, anzi: l’obiettivo è di far entrare risorse nel circolo dell’economia. “Al momento il cuneo in Italia è il 45,5 per cento: su un salario base, nel caso migliore, pesa il 13,6 per cento sui dipendenti, il 31,90 sulle imprese. Il costo del prodotto italiano diventa così molto elevato, essendo alto il costo dell’azienda sul lavoro. Ma allo stesso tempo, per esempio, su un salario di 32 mila euro lordi, il lavoratore ne prende 17.500. Scarso reddito e contemporaneamente il costo del lavoro impatta sul costo dell’azienda”.
L’obiettivo, il “sogno” di Salvestroni sarebbe abbassare il cuneo al 20 per cento, “rendendo competitivo il prodotto manifatturiero, acquisendo valuta pregiata, rivalutando il lavoro rispetto agli altri redditi. Ma anche se tagliassimo 15 punti e basta, potremmo aumentare lo stipendio del lavoratore e ridurre il costo dell’azienda”.
Con un effetto comunque non pesantemente negativo, sostiene Cesare Cecchi, presidente di Confindustria Siena, sulle casse dello Stato: “Una parte del costo lo riprenderemmo attraverso la maggiore tassazione Irpef, e in parte attraverso l’Ires dell’azienda. Il compenso che paghiamo in più, porterebbe maggiore introito con imposte indirette attraverso l’aumento dei consumi, grazie alla disponibilità di nuovo reddito”.
Dai soldi ai tempi. “Il tempo è il fattore determinante per l’investimento. Non basta dire che occorre eliminare la burocrazia o semplificare la fiscalità. Ci vuole di più” spiega Cecchi. Lo strumento? “Un obbligo legale di programmazione per gli enti locali” è l’idea del presidente senese. In pratica, far diventare cogente le dichiarazioni prese dagli amministratori con, evidentemente, un principio di coazione: se programmi, bene, se non programmi, sei responsabile diretto dell’incertezza che hai provocato sui privati.
“Il punto, purtroppo – ammette però Cecchi – è che a volte i sindaci non hanno nessun tipo di potere”. Occorre avere anche meno competenze divise tra istituzioni, insomma. Ma anche meno “scartoffie”: “Succede che vengano richiesti certificati ornitologici per trasformare un capanno. Oppure di trovarsi di fronte a tre enti locali o istituzioni che sullo stesso argomento dicono tre cose diverse”.
Non solo, a volte nemmeno si sa a chi rivolgersi: “Mi è capitato che una troupe del Costarica è venuta a realizzare un documentario sul vino a Siena. Sono arrivati e non avevano punti di riferimento per permessi, facilities, non sapevano come orientarsi. Li abbiamo aiutati noi di Confindustria. Quel documentario verrà visto da 50 milioni di persone: ma ha senso che non ci sia un ente preposto a farlo, per evitare l’improvvisazione in un settore importante come la comunicazione e la promozione?”.
In attesa che queste proposte siano sul tavolo della politica, cioè di chi deve prendere le decisioni, gli imprenditori fanno i conti con il quotidiano. Chi ha retto meglio alla crisi?
“Non c’è un settore, ma un’attitudine: tutti quelli che hanno puntato su internazionalizzazione e innovazione, ce l’hanno fatta” spiega Fabianelli. “Chi esporta, anche se in modo quantitativamente modesto, e il polo chimico, stanno andando bene. Gli altri sono in crisi. E temiamo – aggiunge Salvestroni – che stia per verificarsi un effetto catena: oltre una certa soglia di insolvenza, dai fornitori i problemi si scaricano sui clienti”.
Una sorta di “domino” particolarmente pericoloso per un territorio dove le imprese sono peculiarmente interconnesse. “A Siena la farmaceutica va bene, ma risente della stagionalità. L’agroalimentare di qualità va bene, così come il turismo. Ma sono risorse che vanno organizzate meglio: se si chiudono, come è successo, le Apt, è comunque necessario che ci sia comunque qualcun altro a cui rivolgersi” conclude Cecchi.
IES, Industria e Sviluppo n. 6 novembre-dicembre 2011
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