Le condizioni per crescere
Competitivita’: quali scelte per una vera ripresa?
di Cesare Peruzzi
Uno spartiacque. Il 2010 sarà questo per la Toscana. Da una parte la prospettiva di continuare a vivere il progressivo, lento e inesorabile declino ormai in atto da una quindicina d’anni. Declino sul fronte della competitività globale, della ricchezza prodotta, del potere d’acquisto delle persone. Un impoverimento complessivo, come viene registrato da tutte le analisi economiche. Dall’altra parte l’opportunità d’imboccare la strada del rilancio, che però significa fare scelte coraggiose. La sfida riguarda tutti: i politici, gli imprenditori e anche i normali cittadini, ciascuno nel proprio campo. E nessuno è in grado di vincerla da solo. Lo studio sulle prospettive della Toscana di qui al 2030 realizzato dall’Irpet, l’Istituto regionale di programmazione economica, non lascia molto spazio ai dubbi. “L’evidente arretramento dell’economia toscana, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni Novanta – scrivono i ricercatori dell’Irpet – più che essere interpretato come una novità rispetto ai buoni risultati conseguiti precedentemente, deve essere visto almeno in parte in stretta continuità con le vicende dell’ultimo dopoguerra, vicende che accomunano largamente la Toscana al resto del Paese. In particolare ciò che è accaduto nei decenni passati sembrerebbe l’espressione di un sistema che, pur nel suo sviluppo molteplice, fatto di sistemi locali spesso molto competitivi caratterizzati da specializzazioni produttive diverse, ha conservato ovunque (sebbene con diversa intensità) anche porzioni di attività in cui veniva accettato un certo grado di inefficienza perché era funzionale a garantire livelli di occupazione atti a fronteggiare un’offerta di lavoro sovrabbondante”. L’apertura dei mercati (la globalizzazione) ha stravolto i parametri, quelli meno buoni e anche quelli buoni. A farne le spese sono stati immediatamente sia le componenti del sistema regionale più aperte agli scambi internazionali (che per lunghi decenni hanno usufruito di vantaggi competitivi come il basso costo della manodopera e le svalutazioni monetarie), sia quel terziario che si è alimentato di una spesa pubblica cresciuta senza vincoli particolari e senza particolari standard qualitativi. Il sistema, insomma, si è squilibrato. “Tutto questo – dicono sempre gli economisti dell’Irpet – pone legittimi dubbi sulla capacità della Toscana di mantenere gli elevati livelli di benessere raggiunti”. La questione delle conseguenze di un possibile arretramento è stata posta con molta chiarezza nel corso del 2009 dalla Confindustria regionale: “Non è a rischio solo il nostro grado di ricchezza, ma la stessa coesione sociale”, ha messo in guardia la presidente toscana Antonella Mansi. Sempre l’Irpet dice che, a partire dal 2010, l’economia della regione riprenderà a crescere, ma a un ritmo molto rallentato (1,1% all’anno fino al 2030), con il risultato di recuperare i livelli pre-crisi (2007 appunto) nel 2016. Per il centro studi di Confindustria Toscana le cose andranno anche peggio e il Pil regionale tornerà a essere quello del 2007 solo nel 2018, con quattro anni di ritardo rispetto a Emila Romagna, Veneto e Lombardia. Nel corso del 2009, rivela l’ultimo report della Cgil regionale, la Toscana ha visto sparire 3,5 miliardi tra mancati investimenti, redditi da lavoro persi e sofferenze bancarie. “Se non s’inverte questa tendenza – sottolinea Alessio Gramolati, segretario regionale della Cgil – passeremo a 5 miliardi nel 2010, quando comincerà a scadere la cassa integrazione”. Istituti di ricerca, imprenditori e sindacalisti concordano sulla necessità d’imprimere una svolta. Il 2010 è l’anno delle elezioni regionali. Il nuovo governo toscano, chiunque sia a guidarlo, avrà il compito di confermare le cose buone ma anche di cambiare il passo dove c’è bisogno di un’accelerazione. Sul fronte delle scelte in primo luogo: la Toscana ha bisogno di una nuova strategia di crescita e di sviluppo, che dovrà essere concertata in un’ottica di medio-lungo periodo, ma che giocoforza richiederà scelte molto nette e soprattutto rapide. La politica del non scontentare nessuno è definitivamente perdente. Più rapidità decisionale, meno burocrazia, una diversa capacità di far marciare i progetti una volta approvati. Su questo terreno il governo toscano misurerà le proprie forze e la reale capacità di ridisegnare il futuro della regione. Gli imprenditori dovranno fare la loro parte: investendo nelle aziende, puntando sull’innovazione e sulla crescita internazionale. Uscendo dal rischio di logiche protezionistiche o dalla tentazione della rendita. Alla Toscana serve una classe politica moderna e capace di interpretare le esigenze di una società che sta cambiando, ma serve anche una classe imprenditoriale dinamica e pronta a confrontarsi con il mercato. Il terziario sarà chiamato a fare il salto culturale più importante, aprendosi alla libera concorrenza. E un ruolo di primo piano spetterà al confronto sindacale. Le relazioni industriali e il dialogo tra le parti sociali, che in Toscana hanno trovato sempre terreno fertile, in effetti sono il tessuto connettivo che, quando non è troppo vischioso, probabilmente garantisce la migliore base di partenza. Ma è, appunto, una partenza. Occorre andare oltre e dare attuazione ai buoni propositi. Quanti “patti per lo svilluppo” sono rimasti solo sulla carta? Anche i cittadini dovranno fare la loro parte: abbandonando le vecchie abitudini legate a garanzie o privilegi antistorici e accettando il principio che le buone pratiche sono un dovere anche per le singole persone. La sfida, insomma, è davvero epocale. E la Toscana deve vincerla se vuole frenare il suo declino.
(Tratto da IES Industria e Sviluppo n. 1 gennaio-febbraio 2010 – pg. 7 rubrica ‘Editoriale’)
