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Vendita in due mosse per le partecipazioni (anche di minoranza) non strategiche

Inviato da su 14 giugno 2010 – 14:47

Piano di dismissioni da approvare entro dicembre, poi la gara
La data da cerchiare in rosso è il 31 dicembre 2010: dopo slittamenti e contromodifiche, che negli ultimi quattro anni hanno disorientato e spinto ad attendere, Comuni e Province saranno chiamati a vendere – entro pochi mesi – le partecipazioni (anche di minoranza) detenute in società non strategiche ai fini dell’ente. Il lungo cammino a tutela della libera concorrenza, avviato col “decreto Bersani” del 2006 e proseguito con la Finanziaria 2008 (che ha allargato il raggio d’azione), arriverà dunque al traguardo. La ratio è quella di far dimagrire il portafoglio degli enti locali, che negli anni hanno moltiplicato le partecipazioni e i settori d’intervento (inserendosi perfino in attività come la produzione di piante e latte e la macellazione di carni), distogliendo risorse e efficienza dai fini istituzionali.
PERCHÉ VENDERE.
Le norme puntano a evitare distorsioni o alterazioni della concorrenza e del mercato, e ad assicurare la parità degli operatori. “L’obiettivo è separare le due sfere di attività per evitare che un soggetto, che svolge attività amministrativa, eserciti allo stesso tempo attività d’impresa, beneficiando dei privilegi dei quali esso può godere in quanto pubblica amministrazione”, ha precisato nell’agosto 2008 la Corte Costituzionale, alla quale avevano fatto ricorso le Regioni Veneto, Sicilia, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta contestando la legittimità costituzionale dell’articolo 13 del “decreto Bersani”. A questo obiettivo strategico, negli ultimi anni se n’è aggiunto anche uno contingente: la necessità, per molti enti locali, di racimolare risorse per rimpinguare le sofferenti casse pubbliche.
OBBLIGHI DI LEGGE.
Entro la scadenza del 31 dicembre prossimo, gli enti locali dovranno dunque dismettere le partecipazioni non strategiche. E’ però già stato chiarito (dalla Corte dei Conti, sezione controllo Lombardia, nel luglio 2008) che l’obbligo che grava sulle pubbliche amministrazioni è quello di avviare, entro questo termine, la procedura di dismissione, ma non necessariamente di completarla (un termine dunque ordinatorio e non perentorio). Questo per evitare svendite o speculazioni dei soggetti privati nella determinazione del prezzo di acquisto della partecipazione o della società in mano pubblica. E’ dunque necessario elaborare un accurato programma che scandisca tempi e modi delle dismissioni. (continua…) 

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IES, Industria e Sviluppo
n.3 maggio-giugno 2010

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