Gli enti locali tentennano, gli industriali spingono: “vendete le partecipazioni non strategiche”
Negli uffici comunali di Arezzo, Grosseto e Siena per adesso non c’è traccia della delibera sulla ricognizione delle società non strettamente necessarie ai fini istituzionali, primo atto del processo di dismissione da realizzare (per obbligo nazionale) entro fine anno.
Ci sono Comuni che producono e vendono piante, come Grosseto; altri che promuovono lo sviluppo delle reti di telecomunicazione e dei servizi informatici, ma non disdegnano di realizzare siti Internet anche per i privati, come Arezzo.
Altri ancora partecipano alla gestione di centri fieristici e scali aeroportuali, come Siena. Si tratta di attività (vedere le tabelle con l’elenco delle partecipazioni pubbliche nelle pagine seguenti) che spesso è difficile far rientrare tra i fini
istituzionali degli enti pubblici territoriali, e che di fatto vengono svolte indirettamente attraverso le società partecipate.
Ma ancora per poco: infatti il “Decreto Bersani”, più volte modificato, prevede la dismissione, conforme di evidenza pubblica, delle partecipate “non strategiche”.
E poco importa che le quote di partecipazione siano totalmente in mano pubblica, come per la società agricola “Il Terzo”, al 100% del Comune di Grosseto; oppure che l’ente pubblico abbia solo una quota irrisoria come ad Arezzo, dove l’amministrazione comunale detiene appena lo 0,9% della società Ar.Tel.-Arezzo
Telematica Spa; o ancora a Siena, dove il Comune è presente nella compagine societaria del suo aeroporto con un magro 1,03%.
L’obiettivo della norma, infatti, non è la riduzione di eventuali oneri economici o gettoni ai membri dei consigli di amministrazione, che spesso non li percepiscono essendo anche assessori comunali. Ma quello di tutelare la concorrenza e il mercato, per evitare che “un soggetto, che svolge attività amministrativa, eserciti allo stesso tempo attività d’impresa, beneficiando dei privilegi dei quali esso può godere in quanto pubblica amministrazione”, come ha chiarito la Corte Costituzionale.
Altrettanto chiara la posizione degli industriali. (continua…)
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(Tratto da IES Industria e Sviluppo n.3 maggio-giugno 2010 – pg. 12-17 rubrica ‘Inchiesta’)
