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I paesi emergenti spingono il Pil mondiale, ma l’Italia resta malata di lenta crescita

Inviato da su 13 gennaio 2011 – 17:58

Il Centro Studi Confindustria rivede al ribasso le stime 2011, da +1,6% a +1,1%. Al palo i consumi delle famiglie. L’occupazione non riprenderà a salire fino al 2012. L’inflazione resta sotto al 2%. Ma continua a tirare l’export: vendere oltreconfine è, per adesso, l’unico antidoto alle difficoltà. Anche se i rischi sono in agguato

La ripresa continua. Questa è la buona notizia con cui si è chiuso il 2010. Quella cattiva è che il recupero non è affatto uniforme. Il passo è ottimo nei paesi emergenti, soprattutto asiatici; è molto buono negli Stati Uniti e in Germania; è insoddisfacente in Italia.
Certo, lo scenario poteva essere peggiore e rimangono molti rischi. Poteva essere peggiore nel senso che qualcuno aveva individuato nel brusco rallentamento registrato durante l’estate l’inizio di una ricaduta nella recessione, complici il venir meno degli stimoli di bilancio, l’inefficacia dell’espansione monetaria, l’esaurirsi del riaccumulo delle scorte. Invece, in autunno si sono moltiplicati gli indicatori di riaccelerazione dell’economia mondiale, che viaggia a ritmi di oltre il 4% (cioè circa un punto sopra la media degli ultimi vent’anni).
I rischi ci sono eccome. Anzitutto, il basso livello dell’attività in molti settori industriali di molti paesi (il confronto con i picchi pre-crisi segna anche un -50%) significa che dovranno essere effettuate molte ristrutturazioni e ciò avrà negativi effetti sull’occupazione. In secondo luogo il mercato del lavoro resterà fragile, proprio perché tante sono le persone disoccupate e perché prima di ricominciare a creare nuovi posti occorrerà aumentare le ore lavorate e utilizzare completamente i sottoccupati, cioè le persone che hanno un part-time mentre vorrebbero essere impiegate a tempo pieno. Ancora, il credito rimarrà molto selettivo, giacché le banche dovranno proseguire nel ridurre il rapporto tra attivi e capitale. Inoltre, gli alti debiti pubblici impongono manovre di risanamento e continuano a diffondere incertezza, attraverso le turbolenze dei mercati finanziari. E gli squilibri nei conti con l’estero si riducono lentamente e generano fibrillazione nei tassi di cambio. Infine, i prezzi delle case, in molti paesi europei (ma non in Germania) sono troppo elevati e il loro aggiustamento frenerà il mercato immobiliare.
Ma nonostante questi rischi, il Centro Studi Confindustria (CSC) continua a ritenere che lo scenario più probabile sia quello ispirato a moderato ottimismo. Tanto più che, rispetto alle recessioni passate, la novità fondamentale è costituita dal motore dei paesi emergenti, che contribuiscono ormai per il 70% all’incremento del PIL mondiale. La Cina da sola ne fornisce un terzo. E il CSC ha stimato che i consumatori benestanti raddoppieranno da qui al 2015 e poi ancora al 2020, superando i 400 milioni di individui. Più di quelli che vivranno allora nell’Unione europea.
A essere impallata, invece, è ancora una volta l’Italia. Il CSC, oltre a essere stato tra i primi a dichiarare imminente la ripresa nella primavera del 2009, aveva puntato su un aggancio più rapido e pieno del Paese al traino dell’economia globale. Così aveva elaborato stime di graduale accelerazione, con un PIL in aumento dell’1,6% nel 2011, una delle previsioni più rosee. Ora queste previsioni sono state riviste all’ingiù per la seconda volta, all’1,1%. Con un doppio rammarico: il primo perché il Paese dimostra di non essere affatto guarito dalla malattia della lenta crescita di cui soffriva prima della crisi; il secondo perché si è dovuto ammettere di aver sbagliato peccando di eccessivo ottimismo.
Tuttavia, se si considera il quadro internazionale, l’ottimismo si è dimostrato pienamente giustificato. Il commercio globale, dopo il +15,9% stimato per il 2010, mette a segno un +6,9% nel 2011 e un altro +7,4% nel 2012. L’incremento del PIL nei paesi emergenti si mantiene al 6,5% quest’anno e il prossimo. Gli USA accelerano oltre il 3% nel corso del 2011. In un contesto di tassi di cambio e di prezzo del petrolio assunti stabili sugli attuali livelli (1,32 il dollaro contro l’euro e 88 dollari a barile il greggio), essendo troppi i fattori che possono muoverli in un senso o nell’altro. Mentre i tassi di interesse rimarranno fermi fino a 2012 inoltrato.
L’Italia, invece, delude le attese dello stesso CSC. Non che si credessero risolti i problemi di carenza di competitività, che semmai la recessione peggiore che altrove ha aggravato. Ma si riteneva probabile un rimbalzo più sostenuto. Invece, il 2010 si è chiuso con una sostanziale stagnazione di produzione industriale e PIL. E ciò ha dovuto essere incorporato nelle nuove previsioni del CSC che dà un +1,1% nel 2011 e un +1,3% nel 2012.
L’anello debole è costituito dai consumi delle famiglie. L’incremento atteso è di appena lo 0,9% quest’anno e dell’1,2% il prossimo; e per quanto basso è addirittura superiore a quello previsto per il reddito; d’altronde l’occupazione non ricomincerà ad aumentare prima del 2012 (+0,9%), mentre le retribuzioni saliranno di poco in termini reali. Bene andranno le esportazioni, che il CSC indica in aumento del 5,0% e del 5,2% rispettivamente nei due anni. Mentre gli investimenti sono attesi salire del 2,7% e del 3,0%, con le costruzioni che tornano ad aumentare (+1,3% e +1,7%) e con gli acquisti di macchinari e mezzi di trasporto che segneranno incrementi prossimi al 4,0%. L’inflazione rimarrà sotto il 2%. I principali indicatori dei conti pubblici saranno peggiori di quelli indicati come obiettivo dal Governo, proprio perché la crescita è minore.
Per le imprese, quindi, lo scenario si presenta ancora una volta bifronte: i mercati esteri, soprattutto emergenti, continueranno ad andare molto bene nel biennio 2010-2011; il mercato italiano rimarrà fiacco per i consumi e in miglioramento per gli investimenti. Questo quadro congiunturale ribadisce quello che i bilanci aziendali già da tempo indicano: chi esporta fa più utili, ha una maggiore produttività e paga retribuzioni più elevate. Ha anche una stazza superiore: d’altronde questa è una precondizione per operare con successo oltreconfine, soprattutto nei mercati nuovi e più lontani.

di Luca Paolazzi, direttore Centro Studi Confindustria

IES, Industria e Sviluppo n. 1 gennaio-febbraio 2011
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