Un nuovo modello di relazioni industriali
Le intese Fiat di Pomigliano e Mirafiori hanno messo in luce la necessità di inserire il confronto sindacale nel contesto della competizione internazionale. Già la riforma degli assetti contrattuali del 2009 aveva risposto alla domanda di modernizzazione
Le relazioni industriali attraversano una stagione difficile ma, nello stesso tempo, straordinariamente interessante come tutte le stagioni che possono aprire nuove prospettive e nuovi scenari. In questa cornice l’accordo di riforma degli assetti della contrattazione del 2009 e la recente “vicenda Fiat” rappresentano certamente due importanti momenti di discontinuità.
Discontinuità negli strumenti a disposizione delle parti ma anche nei metodi.
Sembra, anzitutto, che sia destinato a cambiare il modo di gestire le relazioni fra le parti. È l’idea che si possa e si debba sempre “mediare” che è entrata in crisi. Soprattutto è l’incapacità di vedere che le mediazioni non possono essere trovate con le vecchie logiche, prendendo a riferimento contesti che non esistono più. In questa prospettiva la “vicenda Fiat” rappresenta uno di quegli avvenimenti che – piaccia o no – è destinato a lasciare un segno.
Le intese di Pomigliano e Mirafiori, mettono, infatti, al centro dell’attenzione l’imprescindibile necessità di collocare il confronto sindacale all’interno del contesto della competizione internazionale. Molti tentano ancora di eludere il tema della globalizzazione, ma è un errore che non aiuta a comprendere il senso del cambiamento in corso. Per vincere la competizione sui mercati mondiali, specie in settori particolarmente esposti alla concorrenza, occorre rapidità nelle decisioni, massima efficienza nella produzione, governabilità degli stabilimenti. Le relazioni industriali devono prenderne coscienza e risultare funzionali al raggiungimento dell’obiettivo, nell’interesse delle imprese e delle persone che ci lavorano, in sintesi, nell’interesse collettivo del Paese.
Questo non significa, affatto, che si debbano disconoscere le tutele e le garanzie stabilite dalle leggi e dalla contrattazione. Chi produce in Italia lavora con le regole, di legge e di contratto, italiane e trovo del tutto fuori luogo che qualcuno possa pensare che chiedere il miglior utilizzo degli impianti e la governabilità degli stabilimenti intenda, per questa strada, importare e imporre “modelli cinesi”. Nello stesso tempo, però, non ci si può nascondere la necessità di affrontare le questioni che la globalizzazione pone alle imprese pensando che tutto debba rimanere fermo e immutabile.
Si può, ovviamente, discutere del metodo, anche del “metodo Fiat”. Si possono avere opinioni e giudizi contrastanti ma il problema resta: come passare da un modello di relazioni industriali tutto centrato sulla mediazione e l’esercizio del potere di veto, a un modello più dinamico, più moderno ed europeo nel quale gli accordi servono per accompagnare le imprese che sono chiamate dalla globalizzazione a prendere decisioni in tempi rapidi ed una volta prese, avere la certezza che saranno realizzate.
L’urgenza di questa domanda era ben presente in Confindustria nel giugno del 2008 quando abbiamo avviato il confronto sindacale sulla riforma degli assetti contrattuali. Eravamo proprio all’inizio della crisi ma si intuiva la gravità dello tsunami che avrebbe colpito l’economia mondiale.
Per questo abbiamo responsabilmente sentito la necessità di darci nuove regole per la contrattazione. Nuove regole finalizzate proprio ad affrontare le sfide che si profilavano all’orizzonte delle imprese, specie di quelle chiamate a competere sui mercati globalizzati.
Di qui una riforma che, pur mantenendo la contrattazione su due livelli, con un contratto nazionale di categoria e la contrattazione di secondo livello, aziendale o territoriale, stabilisce i principi per realizzare un contratto nazionale “leggero”, “di garanzia” economica e normativa, tale da lasciare spazio ad una sempre più diffusa contrattazione aziendale.
Qui, infatti, si trovano i corretti equilibri fra esigenze produttive delle imprese e attese dei lavoratori. E si tratta di equilibri che possono raggiungere una giusta compensazione economica nei premi di risultato che – sempre in azienda – sono capaci di collegare il raggiungimento di obiettivi di maggiore produttività, efficienza, efficacia, ecc. al conseguimento di aumenti retributivi reali.
Questa impostazione, peraltro, appare in linea con le indicazioni degli economisti e anche il Governo l’ha fatta propria, incentivandola attraverso gli sgravi contributivi e la detassazione.
Ma l’accordo del 2009 introduce anche un’altra importante novità: le clausole d’uscita dal contratto nazionale, meglio note come clausole di “derogabilità”.
Si tratta di ipotesi costruite a difesa o ad incremento dell’occupazione dei lavoratori, senza possibilità di alcun arbitrio da parte delle imprese, essendo soggette sempre e comunque ad una verifica plurima da parte dei sindacati, a livello territoriale e in sede nazionale.
Proprio queste clausole consentono di assecondare le istanze di quelle imprese che hanno necessità di soluzioni “su misura” per le diverse esigenze espresse dal mondo produttivo.
Tutto ciò non significa affatto abbandonare l’attuale assetto della contrattazione collettiva mettendo in discussione ruoli e funzioni del contratto collettivo nazionale.
La logica è piuttosto: più libertà di decisione al secondo livello di contrattazione sempre, però, nel rispetto delle condizioni che legittimano l’adozione di soluzioni in uscita dal contratto nazionale.
Insomma, ci sono le condizioni per dare più autonomia alle relazioni sindacali aziendali.
L’impianto definito nella riforma del 2009, peraltro, può innescare un processo virtuoso che chiamerei di “contrattazione in concorrenza”. Nella concorrenza fra le soluzioni concordate fra le parti, in un gioco fra livello nazionale ed aziendale, infatti, può determinarsi una progressiva contaminazione delle soluzioni migliori.
Ragionare sui modelli, però, non deve fare dimenticare che restano, comunque, due importanti nodi da sciogliere.
Il primo, quello dell’effettività e del rispetto degli accordi. Si tratta di un tema che lo stesso accordo interconfederale del 2009 affronta. Occorre introdurre un principio che, oltre ad essere di civiltà giuridica, rientra nella normale logica dei rapporti bilaterali: rispettare i contenuti degli accordi che si sottoscrivono.
Se una delle due parti non li rispetta, sarà anche necessario comporre il conflitto che ne deriva e, se del caso, sanzionare i comportamenti scorretti.
Questo tema rimanda immediatamente alla seconda questione, quella della misura della rappresentanza dei soggetti che sottoscrivono accordi negoziali.
E’ una questione che ci trasciniamo irrisolta dal secondo dopoguerra ed è incredibile che non vi sia stata la volontà di risolverla in tutti questi anni tanto da arrivare a riconoscerla adesso proprio come “il punto centrale” della vicenda Fiat .
Le imprese hanno necessità di avere interlocutori affidabili e di fare affidamento sugli accordi sottoscritti. La scelta di Fiat di darsi un contratto collettivo sostitutivo in tutto e per tutto del contratto nazionale nasce proprio da questa necessità.
Fuori dai vincoli associativi e avendo la possibilità di concludere un contratto aziendale “alternativo” al ccnl, ha potuto applicare direttamente l’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori che, nei fatti, annulla la capacità di contrasto da parte di un sindacato che non intende rispettare, non avendoli condivisi, i contratti applicati nell’unità produttiva.
Ecco perché nel nostro accordo del 2009 c’è anche l’impegno a definire le nuove regole sulla rappresentanza e la democrazia nei luoghi di lavoro.
Su queste due questioni Confindustria è pronta ad un confronto con tutte le organizzazioni sindacali perché si tratta di un tema fondamentale per il futuro delle relazioni industriali in Italia. Non sono temi facili, però, abbiamo il dovere di affrontarli.
Nel convegno del centenario di Confindustria, svoltosi nel settembre scorso a Genova, abbiamo proposto ai sindacati di procedere ad effettuare un “tagliando” dell’accordo dopo i primi due anni di attuazione, proprio per avviare il confronto anche su questi argomenti.
Discutiamone allora con serenità e senza chiusure pregiudiziali sapendo, però, che, se le parti sociali non saranno capaci di trovare buone soluzioni, rinunciando così a svolgere il loro ruolo primario, le imprese saranno costrette, comunque, a trovarle.
di Alberto Bombassei, vice presidente Confindustria Relazioni Industriali, Affari Sociali e Previdenza
IES, Industria e Sviluppo n. 2 marzo-aprile 2011
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