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Rompere con la continuità: le sfide da vincere per la Toscana

Inviato da su 25 ottobre 2011 – 13:18

Reindustrializzazione e cambio di passo per superare la “Toscanina” dei no

Pino Di Blasio, caposervizio interni e economia regionale “La Nazione”

Passerà agli archivi per tante cose, l’ultima assemblea di Confindustria Toscana del 23 settembre. Per questo va considerata uno spartiacque, sia per l’associazione nazionale, sia per quella regionale. Forse in futuro si parlerà di un prima e dopo, di un conto alla rovescia scattato nella grande sala della Bassilichi a Firenze Nova. Di un ultimatum e di una prova di intesa tra le forze sociali che potrebbero rappresentare la spinta decisiva per un cambiamento. Sia in Italia che in Toscana, qualunque sia il colore politico di chi ha ascoltato gli interventi.
La copertina spetta senza dubbio alla presidente nazionale Emma Marcegaglia. “So benissimo che alcuni giornali mi attaccheranno, ma chi se ne frega” è stata la sua conclusione, dopo la lettura del manifesto per salvare l’Italia. Puntuali, gli attacchi sono arrivati nei giorni seguenti. Ma restano quei cinque punti fondamentali per Confindustria, le cinque riforme in grado di far uscire il Paese dal pantano della crisi. Sulle quali il primo ad aver teso la mano è stato il presidente dell’Abi e del gruppo Monte dei Paschi, Giuseppe Mussari.
“Questo è un manifesto delle imprese per salvare l’Italia – è stato il grido di Emma Marcegaglia – che presenteremo al tavolo del Governo. Vogliamo un cambiamento vero per tornare a crescere. Se il Governo vuole andare avanti sulle piccole cose, noi scindiamo le nostre responsabilità dalle loro. Non vogliamo più vivacchiare in una situazione di stallo”.
Sono tante le cifre che la presidente nazionale ha sciorinato all’assemblea. Le più importanti riguardano la riforma delle pensioni: “Non possiamo continuare a sperare che la Germania ci paghi il lusso di andare in pensione a 58 anni, mentre i tedeschi vanno in pensione a 67 anni e stanno studiando una legge che allunghi a 69 anni l’età pensionabile”. E il costo dello spread, della differenza tra titoli italiani e tedeschi. “Fa male vedere la Spagna 50 punti sopra i titoli italiani; tre mesi fa era 70 punti sotto l’Italia. Eppure hanno un decimo della nostra potenza industriale”.
Sui cinque punti del manifesto di Confindustria ormai si è scritto tutto: “Taglio alla spesa pubblica – ha elencato la Marcegaglia – con una riforma strutturale delle pensioni. Vendita dei beni dello Stato, immobili che hanno un valore di 500 miliardi di euro. Liberalizzare il mercato delle professioni, realizzare le infrastrutture, non permettendo più che una minoranza rumorosa blocchi tutto il Paese. Infine, la riforma fiscale. Serve subito. E noi siamo pronti ad una patrimoniale personale per ridurre il peso delle tasse sulle nostre imprese”.
Le banche, tramite il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari, hanno sollevato il rischio del credito in mezzo a queste turbolenze finanziarie. “Fino a quando il rischio Paese ha questi prezzi così alti – ha sottolineato Mussari riferendosi sempre allo spread con la Germania – è difficile non credere che non ci siano riflessi sulle relazioni creditizie. Occorre lavorare tutti insieme per far migliorare le ragioni del credito. Solo così possiamo avere un futuro di crescita. L’Italia cresce poco e a volte cresce male. Non possiamo pretendere che le cose cambino – è stato l’epilogo, con una lunga citazione di Albert Einstein e un rammarico per un Paese che non ha più figli – se continuiamo a fare le stesse cose”.
“O si cambia o si chiude”. E’ il claim dell’appassionato intervento di Antonella Mansi, alla sua ultima apparizione pubblica da presidente di Confindustria Toscana. “Siamo di fronte a un passaggio storico, che sarà anche l’occasione per vedere chi lavora a favore e chi rema contro la Toscana e contro il suo sviluppo. La crisi ha strappato questo cielo di cartapesta sulla Toscana. E le difficoltà di oggi hanno fatto tabula rasa di tutta quella paccottiglia anti-industriale che ha imbrigliato lo sviluppo. Senza, peraltro, far nascere niente di alternativo all’industria”.
E’ la seconda puntata dopo i siluri di Viareggio contro la Toscana che si accontenta dei cipressi. Che per troppo tempo si è trincerata dietro la falsa utopia della crescita slow e di un ambiente da conservare come in un museo e da identificare come il vincolo insuperabile a qualsiasi sviluppo.
Ci sono tanti casi in cui un mal interpretato rispetto del territorio ha scacciato investimenti milionari. Dalla vicenda Ikea (per fortuna rientrata con lo spostamento del nuovo negozio ai Navicelli di Pisa) al caso Cintoia dell’ex presidente Fiat Paolo Fresco, la lista è nutrita. Antonella Mansi ha preso ad emblema la “variante Laika”, lo spostamento dello stabilimento di Tavarnelle. “Piccole tracce di una costruzione rurale etrusca bloccano sine die l’investimento di una multinazionale. Nel 1960 l’Egitto e l’Unesco smontarono una delle meraviglie archeologiche del mondo, il tempio di Abu Simbel, per consentire la costruzione della diga di Assuan. Da noi la solita ‘Toscanina’ del No e dei comitati non consente di spostare poche pietre da un’area destinata alle attività produttive e di rimontarle in una zona vicina. C’è anche l’ok della soprintendenza. Ma la Laika non riesce a costruire un nuovo capannone che darebbe lavoro e sviluppo a tutto il Chianti. Quante Laika ci sono in giro per la Toscana? Quanti freni allo sviluppo?” è il grido lanciato dalla presidente di Confindustria Toscana all’uditorio.
Cambiare passo, marcia, reindustrializzare la Toscana sono le parole d’ordine dell’assemblea. Che ha toccato con mano, attraverso lo studio dell’Irpet presentato dal direttore Stefano Casini Benvenuti, lo stato dell’arte della crisi. “L’industria in particolare – ha sentenziato l’Irpet – ha registrato un calo del valore aggiunto prodotto del 15% nel biennio 2008-2009. I riflessi sull’occupazione sono stati contenuti per gli effetti della cassa integrazione, cresciuta in modo esponenziale. Ma non tarderanno a manifestarsi in un futuro prossimo: le nostre stime misurano gli effetti delle manovre attorno ai 40mila posti di lavoro a rischio”.
“Rompiamo la continuità sull’agenda delle infrastrutture che non parte mai. Rompiamo la continuità sul sistema aeroportuale che non decolla. Rompiamo la continuità sulla Toscanina che gioca in difesa col mondo e con la contemporaneità” è stato il proclama finale di Antonella Mansi. Che usa i versi di Marta Medeiros per spronare gli imprenditori toscani. “Lentamente muore chi diventa schiavo delle abitudini. Chi ripete ogni giorno gli stessi percorsi. Chi non rischia. Muore lentamente chi non capovolge il tavolo”.
Confindustria l’ha capovolto davvero il tavolo. Sia con il governo nazionale che con quello toscano. Tanto che il governatore Enrico Rossi ha replicato subito allo slogan della Mansi. “Ho sentito parlare di Toscanina e per molti versi ancora lo siamo. Ma questa Toscanina sta all’interno di una Italietta che a suo volta è immersa nella piccola, debole Europa”. Un malessere continentale, accompagnato dalle resistenze locali sulle opere cruciali per il territorio.
“I permessi per le grandi infrastrutture devono essere sottratti a logiche localistiche – è il credo del presidente della Regione –. Mi rendo conto che, quando ci si trova il comitato sotto il Comune, tutto diventa più difficile: ma è giusto che i permessi siano rilasciati in base al principio di legittimità”.
Per trovare soldi per la Due Mari, Rossi ha tratteggiato l’idea di un Corridoio europeo da Valencia ai Balcani, un asse Est-Ovest da finanziare con i fondi strutturali di Bruxelles, anche per i tratti più complicati della Grosseto-Fano.
“Ho firmato per la Tav, ho firmato l’accordo per la terza corsia sulla Firenze-Mare e sull’A1, chiuderemo sulla Tirrenica, sono favorevole al project financing per la Fi-Pi-Li e per la Firenze-Siena. Per l’aeroporto di Firenze stiamo risolvendo un problema quarantennale in poco più di un anno”.

IES, Industria e Sviluppo n. 5 settembre-ottobre 2011
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