Toscana: riaccendiamo la voglia di osare
Una regione che va lenta e un comparto industriale in difficoltà, ma anche una “genetica” capacità di avere coraggio. Intervista a Stefano Casini Benvenuti, direttore Irpet
di Pino Di Blasio, caposervizio interni ed economia regionale “La Nazione”
La Toscana ha mostrato dinamiche particolari che la distinguono dalle altre regioni. La crescita del Pil pro-capite è stata in linea con il trend nazionale, ma dietro questa dinamica aggregata si nascondono un dinamismo demografico particolarmente lento e una maggiore difficoltà del comparto industriale”. Così parlò Stefano Casini Benvenuti, direttore dell’Irpet, nel grande think tank dal titolo “Toscana, crescere insieme”, organizzato da Banca Cr Firenze e che ha richiamato industriali, politici, sindacati e associazioni di categoria. Una diagnosi quasi spietata, che però è corredata dall’indicazione di una strada alternativa: il risveglio di un cromosoma particolare degli imprenditori toscani, che è nella mappatura genetica di queste terre, ovvero la voglia di osare.
La Toscana è troppo vecchia e si è messa le pantofole, secondo l’Irpet?
“Basta guardare la carta d’identità – replica Casini Benvenuti –. Siamo la regione italiana, assieme alla Liguria, con l’età media più elevata. Un fattore che solleva problemi di welfare e assistenza sociale, ma evidenzia anche uno scarso ricambio generazionale nelle imprese. Gli imprenditori toscani sono in media più anziani e, giocoforza, sono un po’ meno attenti all’innovazione”.
I dati testimoniano una crisi dell’industria?
“E’ l’Occidente che si sta deindustrializzando, lasciando spazio al terziario avanzato. Ma mentre nelle altre aree del Paese la perdita del peso dell’industria sul Pil è modesta, in Toscana è stata molto più forte. Trasformando la deindustrializzazione da un processo fisiologico a uno patologico. E’ un aspetto che si coglie dalle esportazioni: le piccole imprese non hanno bisogno di molti servizi da terziario avanzato, fanno tutto in casa. Così si riverberano effetti negativi sulla competitività del sistema, con la perdita di quote di mercato estero. La patologia sta tutta qui”.
Ma non c’è stato un recupero dell’export negli ultimi mesi?
“Sì, ma non ha invertito un trend di lungo periodo. Il problema è la deindustrializzazione precoce che si accompagna alla perdita di quote di mercato”.
Tra le doglianze del sistema Toscana c’è la ridotta dimensione delle imprese. Qui vince l’azienda Lilliput, una rete vasta di piccoli che non sembra avere voglia di crescere…
“Crescere non vuol dire solo ampliare le proprie dimensioni. Si può farlo anche aggiungendo nuove imprese, aumentando le partite Iva, aziende con 4 o 5 addetti che fanno rete. Il brutto segnale è che anche questa crescita si è sostanzialmente bloccata. Nei settori delle costruzioni e del commercio sono in particolare gli stranieri che escono da una condizione di lavoro dipendente e decidono di mettersi in proprio”.
Quali sono i motivi di una natalità bloccata?
“Non ci sono più giovani che decidono di fare impresa. Negli anni passati i distretti, al loro interno, generavano capacità aziendali. Oggi non più.
Inoltre non si cresce dimensionalmente. La concentrazione di medie e grandi aziende in Toscana è nettamente inferiore a quella del Veneto e dell’Emilia Romagna. Secondo i dati dell’Irpet, che stiamo cercando di affinare con altre ricerche, sono appena 450 le medie e grandi aziende toscane, un numero davvero esiguo. Le nostre piccole imprese non hanno mai voluto diventare medie o grandi. E non siamo riusciti ad attrarne da altre regioni”.
E’ un fattore che pesa anche sulla scarsa internazionalizzazione delle aziende toscane?
“La propensione all’estero è fatta di tante cose, dall’export al turismo fino all’attrazione di investimenti stranieri. Negli ultimi anni, a parte la ripresa recente, l’export ha perduto mercati e non è riuscita a sfondare nei Paesi emergenti. Ma forse un recupero dei numeri dell’export può emergere dai collegamenti delle piccole aziende toscane con imprese di altre regioni che esportano per loro. Sull’attrazione di investimenti l’allarme è più serio. A parte Firenze, che ha un appeal internazionale, il resto della regione è percepito come un posto dove passare le vacanze e vivere bene, non certo per impiantare un’industria. A dir la verità, non condivido le pagelle di certi analisti che piazzerebbero la Toscana addirittura al 18esimo posto nazionale per attrazione di investimenti. Non stiamo bene, ma stiamo sicuramente più in alto della zona retrocessione.
E poi abbiamo un altro vantaggio: da noi vengono poche aziende, ma quelle che ci scelgono, poi preferiscono restare in Toscana”.
Il quadro peggiora se tocchiamo l’argomento innovazione?
“Ogni indicatore che aspiri a misurare il grado di innovazione di un tessuto economico ha i suoi difetti. Un’economia evoluta compete sull’alta qualità, non sul prezzo. Non è detto che le piccole imprese non facciano innovazione; solo che il dato non è scorporato nei bilanci, non c’è una divisione ricerca e sviluppo. Ma resta un dato incontrovertibile: in Toscana abbiamo una buona percentuale di ricerca fatta da enti pubblici e università, ma è bassa se si guarda alle imprese. Non ci sono molti brevetti, a parte qualche tocco di design non si registrano innovazioni epocali”.
Si potrebbero cercare manager esterni…
“E chi dovrebbe farlo, le piccole imprese? Loro fanno tutto in casa, in molti casi sono allergiche ad iniezioni di competenze esterne. E anche il rapporto con le università resta difficile. Non sappiamo ancora di chi è la colpa, se della refrattarietà delle aziende a connettersi o degli atenei che fanno ricerche poco utili. Qualcosa si muove, crescono le convenzioni con i soggetti privati, le start up aumentano. Ma la capacità di emulazione che prima c’era nei distretti oggi non esiste più. Dobbiamo inventarci qualcos’altro”.
Qual è la diagnosi dell’Irpet sul malato Toscana?
“Non va esasperato il suo stato di salute, è inserito in un caso nazionale che è grave. Ma è un paziente che ha perso capacità e voglia di osare, anche perché si culla in mercati protetti e con una serie di vaccini che lo tutelano dalle malattie più pesanti. La Toscana si è scavata le sue nicchie al riparo di rischi, ha accentuato il peso del turismo, ha garantito l’estensione di rendite.
Ma se non modifichiamo questo sistema di protezioni, corriamo il rischio del declino. La nostra voglia di osare è depressa. La scommessa è vedere se riusciamo a riaccenderla. Togliendo quelle reti che attenuano la voglia di osare e spingendo la Toscana a cercare nuovi mercati”.
IES, Industria e Sviluppo n. 6 novembre-dicembre 2011
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